Duemilatrecento anni di una strada minore
La Via Clodia non compare nei grandi racconti delle conquiste romane. La sua storia è quella, più silenziosa, di una strada di servizio dell'Etruria interna: nata su piste etrusche, lastricata dai romani, sopravvissuta nel Medioevo come traccia di campagna e riscoperta oggi come cammino.
Prima di Roma: le piste dell'Etruria
Molto prima che esistesse una "Via Clodia", il territorio che essa avrebbe attraversato era percorso da una fitta rete di vie etrusche.
I centri di Veio, Blera, Norchia e Tuscania erano collegati tra loro da percorsi che sfruttavano i pianori tufacei e superavano le forre con le caratteristiche tagliate,
profondi corridoi scavati a mano nella roccia che ancora oggi si percorrono in più punti del cammino.
Quando Roma, tra il IV e il III secolo a.C., completò la conquista dell'Etruria meridionale, non dovette quindi inventare una strada: dovette piuttosto
razionalizzare, collegare e lastricare quello che gli etruschi avevano già tracciato.
È uno dei motivi per cui la Clodia, unica tra le vie consolari, viene spesso definita una strada di origine etrusca.

La costruzione romana
La datazione precisa della sistemazione romana è discussa, ma la maggior parte degli studiosi la colloca nel III secolo a.C., probabilmente in connessione con le grandi opere viarie successive alla conquista di Veio e alla pacificazione del territorio. Anche l'identità del magistrato che le diede il nome resta incerta: la gens Clodia (o Claudia) annovera diversi censori e consoli attivi in quegli anni, e nessuna fonte antica attribuisce esplicitamente la strada a uno di loro. Quel che è certo è il suo carattere: la Clodia nasceva come via di interesse regionale, destinata a servire i municipi e le campagne dell'Etruria interna, in posizione intermedia tra la Cassia, che correva più a est verso Chiusi e Arezzo, e l'Aurelia, che seguiva la costa tirrenica.
Il tracciato si staccava dalla Cassia poco fuori Roma, presso l'odierna La Storta, e puntava a nord-ovest toccando il territorio di Veio, la valle dell'Arrone e le sponde del Lacus Sabatinus, l'attuale lago di Bracciano. Qui sorgeva Forum Clodii, centro amministrativo e di mercato che della strada portava il nome, localizzato presso l'odierna Vicarello. La via proseguiva poi verso le città di tufo dell'interno: Blera, che ne conserva i monumenti più spettacolari, Norchia con la sua necropoli rupestre, e infine Tuscana, l'odierna Tuscania, ultima statio archeologicamente certa. Oltre Tuscania le fonti itinerarie si fanno lacunose: un prolungamento verso Saturnia e le sue terme è ritenuto probabile da molti studiosi, ma il suo tracciato esatto resta materia di dibattito.

La strada delle acque
Gli antichi associavano la Clodia soprattutto alle acque. Lungo il suo percorso o nelle sue immediate vicinanze si trovavano le sorgenti termali di Vicarello, le Aquae Apollinares venerate fin dall'epoca etrusca, e più a nord le celebri terme di Saturnia. Non stupisce quindi che il documento più straordinario legato alla strada sia proprio un ritrovamento termale: i quattro bicchieri d'argento di Vicarello, rinvenuti nell'Ottocento durante lo svuotamento della sorgente, a forma di cippo miliare e incisi con l'itinerario completo da Gades, l'odierna Cadice, fino a Roma. Erano ex voto di viaggiatori che ringraziavano le acque per il buon esito del cammino: la prova che lungo la Clodia il viaggio e la cura erano, già allora, la stessa cosa.
Il lungo Medioevo
Con la fine del mondo antico la Clodia non scomparve: si trasformò. Mentre le grandi consolari venivano contese, devastate e in parte abbandonate, la rete minore continuò a servire i castelli e i borghi che si arroccavano sugli speroni di tufo, spesso esattamente sopra i siti etruschi e romani. Galeria, Barbarano, Blera e Vetralla vissero da protagoniste l'incastellamento medievale, e tratti della strada antica rimasero in uso come percorsi locali, mulattiere e tratturi della transumanza. È questa continuità d'uso minore, paradossalmente, ad aver salvato la Clodia: nessuna strada statale ne ha ricalcato per intero il tracciato, e così il basolato è rimasto dove i romani lo avevano posato, coperto al più dalla terra e dai rovi.
La riscoperta
La riscoperta moderna comincia con i viaggiatori e gli studiosi dell'Ottocento, che documentarono le necropoli rupestri di Norchia e San Giuliano, e prosegue nel Novecento con le ricognizioni archeologiche sistematiche del territorio. Negli ultimi decenni, infine, la Clodia è rinata come cammino: associazioni locali, parchi regionali e comuni della Tuscia hanno segnato i sentieri, recuperato i tratti di basolato e costruito una proposta di viaggio lento che oggi attraversa due parchi regionali e una decina di borghi. Camminare la Clodia, oggi, significa percorrere l'intera storia di questo territorio nell'ordine in cui si è depositata: le tagliate etrusche, il basolato romano, le torri medievali, i pascoli di sempre.

I tratti di basolato originale presso Blera e il Ponte del Diavolo sono il punto in cui la storia della strada si tocca con mano: l'approfondimento è nella tappa V del cammino.
Le storie minori della strada, dai bicchieri di Vicarello alle leggende sul ponte di Blera, sono raccolte nella pagina delle curiosità.